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Storia di un bonsai di Ficus

Ficus Crespi Bonsai Museum

Il ficus: un'essenza che può dire poco se impostata, come spesso si vede, secondo canoni che non le appartengono

per esempio ricalcando stili usati per le conifere,  ma che può dare risultati interessanti se vengono valorizzati i suoi punti di forza.

Tutto ebbe inizio .. non ricordo nemmeno più quando, comunque, all'incirca nel 2001/2002, dopo la potatura primaverile del mio bonsai di ficus retusa (all'epoca il mio unico bonsai, che accudivo da circa 10/12 anni), mi domandai: "con tutti questi rametti, perché non provare a fare una talea?".
Detto,fatto. Presi uno dei rametti più regolari e lo misi, molto semplicemente, in un piccolo recipiente riempito di acqua di rubinetto.
Il rametto produsse radici con vigore, radici sanissime, bianche e turgide. Quando le radici ebbero raggiunto all'incirca una spanna di lunghezza, lo piantai in un vasetto con comune terriccio per piante ornamentali. Non avevo in mente uno specifico progetto e seguirono alcuni anni di pura coltivazione senza alcun intervento bonsaistico. Arriviamo quindi alla primavera 2006, quando la piantina aveva raggiunto l'altezza di circa tre spanne e aveva l'aspetto che ho personalmente riprodotto in figura 1 (purtroppo, non ho foto risalenti a quel periodo).

Alla fine, ispirandomi anche al famoso e magnifico esemplare di Ficus custodito presso il Crespi Bonsai Museum, optai per uno stile a tre tronchi...

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1. Il ficus retusa nell’aprile 2006, pronto per la prima impostazione.

Per maggior chiarezza ho numerato tutti i rami che hanno avuto un ruolo nella successiva impostazione: il numero contrassegnante ogni ramo è riportato vicino all'apice del ramo stesso. Il ramo 1 ed il ramo 12 erano ancora molto esili e flessibili e si prestavano a qualunque posizionamento.

Il ramo 2 era già invece discretamente rigido e aveva alcuni rametti secondari nella parte bassa (numeri 4, 5 e 6).

I rami 7, 10 e 13 erano anch'essi già discretamente sviluppati.

La piantina, essendo ancora giovane, si prestava ovviamente ad interpretazioni diversissime: dallo stile banjan al moyogi al bonsai su roccia, solo per citarne alcuni, escludendo evidentemente le impostazioni non adatte ai ficus, quale, per esempio, lo stile a cascata.

Come esempi cui ispirarmi avevo in mente i grandi ficus magnoloides dalla imponente chioma uniforme e a cupola, in particolare quelli dei giardini palermitani , che conoscevo da fotografie e che ho avuto poi modo di ammirare dal vivo nell'estate 2011.

Era mio desiderio riprodurre un albero di quel tipo, ricco di intricate radici aeree, che sostenessero come colonne grandi rami serpeggianti, che avrebbero dovuto dipanarsi in tutte le direzioni.

D'altro canto, volevo cercare anche di imprimere un qualche movimento e ritmo alla chioma, senza limitarmi a farla sviluppare come una semplice cupola.
Alla fine, ispirandomi anche al famoso e magnifico esemplare di ficus custodito presso il Crespi Bonsai Museum, optai per uno stile a tre tronchi.

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2. Schema della prima impostazione.

La prima impostazione può essere sinteticamente descritta come segue, con riferimento al disegno di figura 2:

Rinvaso in un vaso di coccio di dimensioni maggiori del precedente. La vecchia zolla è stata in gran parte mantenuta e, nel posizionarla nel nuovo vaso, è stata girata di quasi 90° così che il tronco, prima verticale, andasse ad assumere una posizione quasi orizzontale.

I rami 1 e 2 sono stati scelti come futuri tronchi, per costituire lo stile a tre tronchi insieme a quello che già era il tronco principale e sono stati incurvati e posizionati col filo.

Il tronco principale ha subito una sostituzione dell'apice: l'apice 3 è divenuto un ramo, mentre il rametto 9 è stato posizionato come nuovo apice.

Gli altri rami sono stati piegati, soprattutto con l'ausilio di tiranti, fissati ad un filo di ferro girato e chiuso attorno al vaso:

‐ Il rametto 12 è stato posizionato come una piccola branca frontale.
‐ 11 e 13 sono stati posizionati come rami posteriori.
‐ 7 e 10 sono stati abbassati al fine di creare una grande massa fogliare in basso a sinistra, visivamente separata dal resto della chioma. Il ramo 10 è stato anche spostato un po' all'indietro, per dare maggior profondità.

‐ Il ramo 8 è stato posizionato come un palco intermedio.

L'effetto finale vuole essere quello di un grande albero cresciuto sulle placide rive di un lago e che quindi, crescendo, si è proteso col tronco e coi rami verso l'acqua, alla ricerca della luce.
Il tronco, piegandosi e incurvandosi per il suo stesso peso, ha lasciato degli spazi vuoti, colmati dai tronchi 1 e 2.

Lo sviluppo successivo di radici colonnari avrebbe dovuto controbilanciare il movimento verso sinistra dando equilibrio all'insieme.

Tre il dire e il fare c'è di mezzo il mare!

Il ficus ha una spiccata tendenza ad incurvare i rami verso l'alto, alla ricerca della luce.
Avevo forte difficoltà a mantenere la posizione dei palchi perchè questi, anche dopo ripetute applicazioni di filo e tiranti, tendevano poi sempre ad assumere inverosimili forme arcuate, protendendosi verso l'alto.

L'applicazione successiva di filo e tiranti non era sufficiente a stabilizzare nel tempo e rendere definitiva la posizione voluta.

Inoltre, occorreva incentivare la crescita delle radici aeree, che difficilmente riescono a svilupparsi autonomamente se non si ha a dispo‐
sizione una serra che permetta di mantenere un alto livello di umidità nell'ambiente.

Negli anni successivi alla prima impostazione, oltre a procedere a successivi rinvasi in vasi (sempre di coccio) via via più grossi, per velocizzare lo sviluppo delle branche ed ingrandirne velocemente il diametro, ho risolto entrambi i problemi di cui sopra con le lavorazioni illustrate in figura 3 e che vado di seguito a descrivere.

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3. Schema della tecnica usata per abbassare i rami e far crescere le radici
aeree.

Anno 2007 circa: i rami incurvati sono stati abbassati mediante la tecnica dell'asportazione di un cuneo di legno.
Questo ha permesso di interrompere la continuità delle fibre (più di quanto non si riesca a fare con la torsione dei rami) e di far sviluppare piccoli calli legnosi, con l'effetto di immobilizzare finalmente il ramo nella posizione voluta.
I rami sono stati nuovamente filati e/o posizionati con tiranti.

Anno 2008 circa: a cicatrizzazione completamente avvenuta, dopo la rimozione del filo, il ramo è stato avvolto in nylon riempito di terriccio
per piante ornamentali. Del terriccio è stato applicato anche sul tronco.
Questo allo scopo di incentivare lo sviluppo di radici, che sarebbero poi diventate radici aeree, applicando, di fatto, la tecnica della margotta ma senza poi staccare i rami dalla pianta madre.

Per favorire lo sviluppo delle radici è bene mantenere il terriccio vicino a tronco e rami il più possibile umido e ridurre le irrigazioni nel pane di terra sottostante.

Personalmente, mantenevo l'umidità delle margotte iniettando acqua con una comune siringa attraverso la fasciatura di nylon.

Anno 2010: quando le radici sono state sufficientemente lunghe, le fasciature di nylon sono state aperte e le radici sono state distese delicatamente fino a raggiungere il terreno sottostante.
Quando la loro lunghezza non era ancora sufficiente a toccare il terreno, il livello di quest'ultimo è stato temporaneamente innalzato riempiendo di terra dei cilindretti costruiti artigianalmente con ritagli di una comune rete a maglia fine, reperibile in qualunque centro per bricolage.
Il tratto di radice aerea appena esposto all'aria rischiava comunque di subire un forte shock, che avrebbe rischiato di comprometterne lo sviluppo e, nei casi peggiori, anche di farlo seccare.
Per scongiurare tale eventualità occorre intervenire con frequenti nebulizzazioni e mantenere una parziale copertura con sfagno (in alternativa, si può anche applicare un bendaggio di cotone idrofilo da mantenersi umido, tecnica che ho pure personalmente sperimentato e che ha avuto una discreta efficacia, seppur non tanto quanto l'applicazione dello sfagno) fino a che la radice non appaia sufficientemente lignificata.

Nel corso dell'anno 2010 è stato anche possibile rinvasare finalmente l'albero in un vaso bonsai, procedendo ad una forte riduzione dell'apparato radicale. Questa volta il substrato è stato in gran parte rinnovato e sostituito con una miscela di materiale drenante, akadama (prevalenti nella parte inferiore del vaso) e terriccio per piante ornamentali (prevalentemente in superficie).
Successivamente si sono rimosse le varie retine di terriccio di supporto per le radici aeree arrivando fino ad oggi!

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COSA FARE PER IL FUTURO

Beh, resta ancora tantissimo lavoro da fare. D'altro canto, questa è la via del bonsai: il lavoro non finisce mai e la soddisfazione sta nel cammino che si fa insieme all'albero!
Occorre che i tronchi acquisiscano maggior spessore e soprattutto bisogna far inspessire le radici aeree, ancora troppo esili per avere l'aspetto di vere e proprie colonne. Inoltre, occorre procedere col mochicomi per migliorare l'effetto di miniaturizzazione delle foglie, ancora molto carente in alcuni punti.

Oltre a ciò, la base del tronco presentava alcuni antiestetici calli radicali che si è reso necessario mascherare e nascondere con l'ausilio di una pietra, sulla quale ho fissato, con rafia, alcune radici.
Anche queste ultime radici hanno bisogno di tempo per inspessirsi e abbracciare la pietra diventando tutt'uno con essa.

Per velocizzare le fasi di cui sopra, intendo riposizionare per un paio d'anni il bonsai in un vaso di crescita, anche per dare
maggior vigoria ai rami bassi, che lascerò liberi di crescere con alcuni rami di sacrificio, mentre sulle cime continuerò a praticare il mochicomi, per contrastare la dominanza apicale.

Intendo poi riempire ancora qualche vuoto con alcune nuove radici aeree; questa volta, avendo bisogno che esse si sviluppino in punti predeterminati, ho intenzione di fare delle talee (usando rametti potati) da far crescere laddove voglio che ci sia una radice aerea e da far unire ai rami soprastanti mediante innesti per approssimazione.

Spero di aver dato qualche spunto interessante e grazie a chi mi ha seguito sino alla fine dell'articolo.

Alessandro Valfrè

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